I bambini e la guerra come trauma

Ed ecco la lezione di Dominique Tavormina (su Depressione stop). “In un periodo di guerra, come quello presente, è necessario rivolgere il nostro pensiero e la nostra riflessione ai soggetti maggiormente fragili e frangibili: i bambini”. L’impatto psicologico della guerra è devastante per tutti, ma è particolarmente forte sui soggetti vulnerabili e immaturi come i bambini. Il naturale bisogno dei bambini di attaccamento, di sicurezza, di stabilità fisica e affettiva non può essere soddisfatto nei periodi di guerra, con conseguenze psicologiche che si protraggono negli anni. Le condizioni di guerra privano, infatti, i piccoli di quell’ambiente sereno e protetto in cui poter compiere le necessarie esperienze di crescita e costruire in progress la propria vita. Attacchi aerei, bombardamenti, sfollamenti, separazione dai luoghi e dalle persone più care, abbandono o perdita per la morte  di figure significative come quelle dei genitori, così come la distruzione della propria abitazione divengono, in tempo di guerra, esperienze ordinarie con cui si deve per forza imparare a convivere. «Il trauma non è l’evento, ma l’effetto sul bambino» secondo Rachel Calam – docente emerito dell’Università di Manchester – Conferenza presso Anna Freud Centre del 5/12/2023 dal titolo: Traumi infantili, guerre e conflitti.  Ed il primo Effetto negativo, comune a tutti i bambini, è la mancanza di ogni forma di speranza per il futuro, insieme a una sensazione perenne di allerta per i pericoli in agguato. Altri diffusi effetti riguardano l’oscillazione fra iper e ipoeccitazione: da un lato irrequietezza, irritabilità e rabbia, dall’altro calma, sonno, lentezza e chiusura relazionale; e inoltre angoscia, insonnia, incubi, inappetenza, assenza di gioco, problemi di concentrazione, frequenti dolori di stomaco e di testa, enuresi, improvvisa balbuzie o mutismo. Infine, la percezione di non sentirsi mai al sicuro, anche se si è in salvo; forse è la convinzione di non esserlo mai più, perché ciò che si è provato assume una consistenza duratura e invalidante. Per fortuna, al giorno d’oggi, sono sempre più numerose le Organizzazioni internazionali e i team di specialisti che supporto psicologico ai minori e alle loro famiglie nei territori teatro di guerre. Essi offrono interventi concreti e cercano di limitare le risposte emotive traumatiche. A questo punto è importante ricordare il contributo “storico” di Anna Freud, figlia del grande Sigmund. Nel luglio del 1940, la Germania nazista aveva dato inizio alla cosiddetta battaglia d’Inghilterra. Una campagna di guerra combattuta nei cieli intorno a Londra con l’intento (poi fortunatamente non riuscito) di invadere l’isola. A partire dal mese di settembre la città fu colpita da fitti bombardamenti giornalieri. Le perdite umane furono, nel complesso, limitate, grazie alla presenza di numerosi rifugi sotterranei; tuttavia, migliaia di famiglie rimasero senza casa. Dal 1941 al 1945, l’agenzia americana Foster Parents Plan for War Children offrì ad Anna Freud, già nota per l’istituzione di opere educative per l’infanzia, un copioso sussidio per l’attivazione di 3 strutture residenziali nella città di Londra e nelle vicinanze. Si trattava delle famose Hampstead Nurseries, in cui furono accolti bambini di diverse età (da pochi mesi fino a dieci anni) appartenenti a famiglie molto povere. L’intento era di rendere meno traumatica l’esperienza bellica: 200 bambini ne beneficiarono. Molti di loro avevano già vissuto in rifugi sotterranei nei mesi precedenti o erano stati allontanati dalle famiglie a causa dei padri in guerra e delle madri lavoratrici, non disponibili o disperse, oppure erano privi di altri parenti. Si trattò di un’esperienza unica nella storia. Non si era, infatti, mai verificato che si potesse procedere all’osservazione diretta delle reazioni e dei comportamenti infantili in periodo di guerra. E allo stesso tempo fu possibile offrire supporto psicologico e medico. Se rintracciati, anche i genitori furono ospitati nelle strutture; l’intento dell’organizzazione era anche quello di concludere il percorso con il ricongiungimento alla famiglia di origine. All’ingresso Anna Freud e la sua amica Dorothy Burlingham stretta collaboratrice, si ritrovarono di fronte a bambini terrorizzati dagli attacchi aerei e dai bombardamenti. Erano inibiti, avevano ritardi nel linguaggio e nell’autonomia generale anche perché  privi del conforto della propria famiglia, ma le dottoresse con le loro amorevoli cure li protessero da deviazioni e patologie della crescita. I bambini vi giunsero pieni di paura, ma entrarono lentamente in un iter evolutivo più naturale (Burlingam, 1972). Vi era, inoltre, uno staff composto da diverse figure specializzate e con lunga pratica: medici, infermiere, educatori e psicologi. Il progetto, attraverso la strutturazione di un ambiente e di un clima familiari, permise alle nurseries di non somigliare per nulla a degli orfanotrofi o a dei ricoveri. I bambini venivano, infatti, suddivisi per età in piccoli gruppi di massimo 5 unità, affidati a una giovane bambinaia o maestra che prestava loro cure materne. Anna Freud dichiarava che: «Ripetute esperienze dimostrano limportanza di introdurre questo rapporto sostitutivo della madre entro la vita di un asilo residenziale» (Burlingam, 1972). Sulle conseguenze della separazione dei bambini dalla madre, molte sono state poi le rilevazioni degne di nota riportate da A. Freud nei suoi testi dedicati alle Hampstead nurseries. Tra esse vi è la costante e persistente ricerca di una figura materna a cui attaccarsi, in assenza della vera madre. Poteva trattarsi di una bambinaia, di un’infermiera o di un’assistente, ma anche di un fratello, una sorella, un compagno di gioco o altri coetanei. Tuttavia, i bambini cambiavano continuamente attaccamento, sempre pronti a legarsi a qualcuno, ma altrettanto delusi da ogni nuovo affetto o legame. “Il bambino è tanto più portato ad aggrapparsi quanto più è intimamente convinto che la separazione si ripeterà» (Burlingam, 1972). Madri surrogate e compagni di gioco non avrebbero mai potuto soddisfare i loro bisogni e desideri più profondi. Ciò a dimostrazione del fatto che il trauma di essere separati dalla madre, come diceva A. Freud, era per i bambini un’esperienza assai più drammatica del vedere la propria casa distrutta dalle bombe. Questa è la magistrale lezione che abbiamo voluto rileggere insieme all’Autrice, la Prof.ssa  Dominique Tavormina, che ringraziamo cordialmente perché questo articolo mi ha ricordato esattamente quanto ho provato io durante la guerra e che ricordo perfettamente a quasi 85 anni; come fosse ieri rivedo noi (me, mio fratello maggiore e mia nonna) correre ai rifugi sotterranei per le scale aiutati anche dalle vicine di casa oppure abbracciati alla nostra nonna dalla ferrea fede, in assenza di nostra madre fuori per  lavoro, a pregare insieme con lei e con mio fratello (i miei genitori li ricordo molto poco in quel periodo, ma si salvarono), sotto due icone disposte nel corridoio a mo’ di altarino con luce perpetua, la Madonna del dito  (copia dell’originale di Carlo Dolci) e il Sacro Cuore di Gesù, che ancora oggi conservo gelosamente dopo la morte di mia nonna. L.A.

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