La  Prevenzione dei maltrattamenti sui bambini fin dalla gravidanza

Sempre su UPDATe per il Pediatra, Pacini Medicina leggiamo ancora dalle colleghe Cappelli e Pierattelli che nell’ottica della prevenzione dei maltrattamenti,  anche i comportamenti in gravidanza  e  quelli nel periodo immediatamente successivo alla nascita devono essere osservati perché consentono di  rilevare le condizioni di disagio psichico di una donna che può anche cadere in depressione. Ed invece é ritenuta un fattore di rischio, fino ad oggi sottovalutato, proprio la gravidanza, che, secondo recenti studi, rappresenta un evento capace di scatenare la violenza in una donna, anche su se stessa, in forma grave tanto da provocare un aborto se non la morte. È infatti scientificamente dimostrato che il nervosismo costellato di continue arrabbiature o gli scatti d’ira  frequenti in gravidanza comportano un danno neuro-biologico del feto già in utero e spesso si ripercuote anche sulle capacità di accudimento della madre col rischio di distorcere e vanificare un’ottimale relazione tra madre e bambino fin dall’inizio. Non c’è da meravigliarsi e secondo una nuova ricerca dell’Università del Sussex in Gran Bretagna, infatti, i continui scatti d’ira mettono il feto a rischio di malformazione e/o di problemi cardiaci. Quindi le donne incinte dovrebbero fare attenzione a non arrabbiarsi troppo. Perciò, (A) i fattori di rischio oramai consolidati che i Pediatri devono avere presenti possono essere quindi (1) di tipo socio-familiare (le famiglie svantaggiate economicamente, quelle sotto stress, quelle emarginate socialmente sono a maggior rischio di diventare maltrattanti) o (2) più specificamente genitoriali (genitori che hanno malattie fisiche o mentali, deficit cognitivi, che fanno abuso di sostanze stupefacenti o alcol possono non essere in grado di rispondere ai bisogni del loro bambino o addirittura non essere consapevoli della loro esistenza). (B) Inoltre ci sono anche fattori di rischio legati alle caratteristiche fisiche o comportamentali dei singoli bambini. (1) quelli con basso peso alla nascita o nati prematuri e (2) quelli con patologie croniche o con disabilità sono a maggior rischio di abuso e trascuratezza. Ne consegue che in questi casi è fondamentale il ruolo del Pediatra per prevenire i maltrattamenti; è lui che deve far  comprendere i rischi individuali, familiari, psicosociali, fin dai primi incontri ambulatoriali anche mediante domande dirette, sempre nel rispetto dei rapporti  con la famiglia. Chiedere se vi sono problemi in famiglia o personali non deve perciò essere ritenuta un’invasione della privacy perché é  una conoscenza indispensabile. Lo strumento principale a disposizione dal pediatra rimane quindi il Bilancio di salute, il primo dei quali all’accoglienza della nuova famiglia, diventa una vera e propria assunzione di responsabilità. In questa occasione, oltre all’anamnesi completa familiare e  ostetrico-neonatale e, oltre all’Esame obiettivo del bambino, è fondamentale il colloquio con i genitori. In definitiva nell’ottica della prevenzione del maltrattamento dobbiamo in particolare occuparci anche dei comportamenti legati alle preoccupazioni dei genitori, oltre che osservare attentamente le interazioni genitori/figlio.

La Prevenzione. È proprio dalla valutazione dei suddetti elementi compresi i segnali subliminali ricevuti che possiamo fornire correttivi su eventuali comportamenti in situazioni di maggior rischio e definire un programma individualizzato, basato su controlli più frequenti o indicazioni sulle eventuali cure da garantire al bambino, tempestive e appropriate. Su questa linea di interventi preventivi si basano quelle che sono da noi chiamate Linee Anticipatorie, che sono indicazioni utili che vengono fornite in occasione dei numerosi bilanci di salute dei primi 3 anni di vita, per condividere con i genitori le tappe conoscitive dello sviluppo del loro bambino sottolineando e analizzando insieme con loro le sue capacità, valorizzando le competenze che il piccolo ha già acquisito e illustrando quello che il b. ancora non è in grado di fare. Questi incontri con i genitori sono anche un’occasione per guidare e rinforzare le loro capacità genitoriali, in pratica per supportare i genitori a migliorare  la loro capacità di comunicazione interpersonale, tenendo presente che uno sviluppo sano del bambino dipende dalle buone relazioni che i bambini hanno con i genitori o i nonni se coinvolti. Informare sulle fasi dello sviluppo nei primi mesi di vita è essenziale per evitare aspettative irragionevoli e incidere positivamente sul comportamento dei genitori. In possesso di maggiori competenze, i genitori aumentano la propria autostima e il loro senso di autoefficacia; lo stile parentale può diventare più autorevole e più responsivo, l’uso di punizioni fisiche può diminuire e l’ambiente familiare risultarne in armonia. Un impiego efficace di questo strumento richiede l’abilità di scegliere, tra le molte  informazioni, quelle che “in quel momento” sono utili “a quel bambino” e solo a lui. Unefficace linea anticipatoria, quindi, deve essere adeguata all’età, appropriata per quel bambino e per quella famiglia, scelta in base alle priorità in quel momento. I Pediatri devono sapere che sono fondamentali le indicazioni sulla comprensione e la gestione dei comportamenti tipici di alcune fasi della crescita del bambino (che possono risultare verso gli adulti spesso come una sfida) che mettono in crisi i genitori i quali possono reagire arrivando anche a maltrattamenti psichici o fisici. Qui ci riferiamo per esempio alle crisi di pianto serali, ai pianti sine causa, ai risvegli notturni, ai “capricci” delle epoche successive ecc. Un eclatante esempio di violenza che può provocare gravi danni da trauma cerebrale è il violento scuotimento di un neonato o di un lattante che piange in maniera inconsolabile; frequenti sono le complicanze neurologiche in questi neonati o lattanti. Tale situazione é osservabile fino dai primi giorni di vita perché  il pianto può esasperare genitori “impreparati”, che scaricano così la propria frustrazione nel tentativo “non riuscito” di calmare il bambino. Forse questi genitori non immaginano il rischio che corrono e provocare un grave danno cerebrale, se non addirittura la morte. Parliamo della tristemente nota “Sindrome del bambino scosso o Shaken Baby Syndrome”, che rappresenta la prima causa di morte per abuso. La maggior parte di questi casi è segnalata nel primo anno di vita, con una maggiore frequenza nei primi sei mesi. 

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