Il “Rallentamento demografico” irreversibile inciderà anche sulla fragile economia di un Paese come l’Italia

Leggendo i giornali su questo tema, anche i Pediatri e i Neonatologi dovranno tempestivamente affrontare il “problema delle culle e delle incubatrici vuote” causate dalla denatalità, cioè dalla diminuzione, ormai consolidata, di nascite che inevitabilmente influisce negativamente sull’Economia Italiana. L’Informatore e molti altri giornalistanno relazionando in questi giorni circa il crollo delle nascite legato a motivi sociali e/o economici familiari. Esaminiamo i dati riportati: “nel 2024 le nascite in Italia sono scese sotto la soglia simbolica dei 370mila bambini”. Nei primi sette mesi del 2025 sono nati soltanto 197.956 bambini, 13 mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2024 (-6,3%). Il tasso di fecondità medio è sceso nel 2025 a 1,13 figli per donna, contro 1,18 nel 2024 e 1,20 nel 2023, raggiungendo il minimo storico registrato appunto negli anni dell’Unità d’Italia. Si deve sapere che il crollo della natalità è ormai un freno sulla produttività futura: meno nascite oggi significa meno forza-lavoro domani, meno contributi previdenziali e, di conseguenza,  meno consumi interni. E’ stato inoltre constatato, per la prima volta, che i nuovi nati sono inferiori agli italiani di 85 anni d’età, simbolo di un Paese che si svuota alla base mentre cresce il peso demografico ed economico di coloro che sono in età avanzata. Secondo il CENSIS, il tasso attuale è dimezzato rispetto a quello registrato addirittura durante la Prima e la Seconda Guerra mondiale, segno di un declino che non è più ciclico ma strutturale. Ma il rallentamento demografico sta già avendo effetti diretti sui conti pubblici. Ogni punto di riduzione della natalità riduce il potenziale di crescita e aumenta la pressione fiscale sulle generazioni attive. In Italia, solo il 53% delle donne lavora, uno dei valori più bassi d’Europa, e il primo figlio arriva a lavorare stabilmente in media a 31,9 anni, contro i 28,1 del 1995. La combinazione tra precarietà, salari bassi e carenza di servizi per l’infanzia genera un doppio blocco: meno gravidanze significa meno madri e meno partecipazione femminile al lavoro. Le donne in età fertile (18-50 anni) sono inoltre sempre meno, perché anch’esse nate negli anni di già bassa natalità. La conseguenza è un Sistema Pensionistico sempre più sbilanciato, con meno contribuenti ma più beneficiari. Gli esperti parlano di una “bomba demografica a orologeria” che minaccia la sostenibilità di welfare, sanità e pensioni, e che nei prossimi decenni potrebbe erodere fino a 1 punto di PIL potenziale l’anno qualora non si intervenga. Anche i territori raccontano la frattura economica del Paese. Le province autonome di Bolzano e Trento si confermano le più dinamiche, con rispettivamente 1,55 e 1,27 figli per donna, mentre la Sardegna scende a 0,86, ultima in Italia e ben sotto la soglia di sostituzione di 2,1. Dove il welfare locale è solido e il lavoro femminile più diffuso, la natalità regge; dove mancano asili, incentivi e sicurezza economica, il tasso di fecondità crolla. Anche secondo il Forum delle associazioni familiari “ il calo delle nascite mette a rischio la sostenibilità del sistema pensionistico e dei servizi pubblici essenziali”. Le soluzioni, secondo gli economisti, sono legate a: 1) Politiche fiscali mirate, 2) Sostegni alla casa per gli under 35 e 3) Servizi di conciliazione che permettano alle famiglie di avere più di un figlio senza penalizzazioni economiche. Insomma, senza una strategia di lungo periodo, la denatalità nel prossimo decennio rischia di diventare la principale emergenza economica italiana.