Devo precisare che non è stata ancora evidenziata una chiara definizione dell’Hikikomori., quindi il “ritiro sociale” non rientra ancora nella classificazione psichiatrica internazionale (DSM-5). Del resto tale comportamento è comune a molte patologie psichiatriche come depressione, fobia sociale, schizofrenia. Per arrivare a una diagnosi, il Ministero della Salute Giapponese ha però indicato alcuni sintomi caratteristici come vita trascorsa chiusi in casa senza accessi all’esterno; nessun interesse verso attività esterne come frequenza scolastica o lavoro; ritiro sociale non inferiore a 6 mesi; nessuna relazione esterna con i compagni di scuola o di lavoro; si può escludere la diagnosi di H. quando sia presente un disturbo psichiatrico di maggiore gravità come ritardo mentale, schizofrenia, depressione o altre patologie che possono spiegare il “ritiro sociale”. Comunque, l’intervento farmacologico dell’hikikomori, nei casi conclamati in cui la depressione è presente, prevede l’uso di medicinali antidepressivi. Ma, come evidenziarono Li e Wong nel 2015 in un’interessante revisione della letteratura sul tema, si possono identificare differenti forme di ritiro sociale sulla base di diversi criteri: assenza/presenza di altri disturbi psichiatrici (Hikikomori primario e secondario), legame di attaccamento, livello di socialità/asocialità, gravità e pervasività del ritiro. Tommaso Civiero e Francesca Perrone, su State of mind (Giornale delle Scienze Psicologiche) nel 2022 hanno bene descritto l’atteggiamento dei ragazzi hikikomori che rifiutano qualunque aiuto per cui, prioritariamente, è necessario comprendere a fondo questa sofferenza e non esporla troppo bruscamente a nuovi traumi. Pertanto si rende necessario, dal punto di vista terapeutico, prendersi cura di quella sofferenza, conoscerla e lasciarla emergere, molto gradualmente, per poter ritrovare la serenità. Occorre anche aprire dei varchi tra il mondo chiuso del ragazzo e il mondo esterno, anche piccole finestre dove sperimentarsi relazionandosi con il mondo, in sicurezza, con l’aiuto di qualcuno, come uno psicologo o un Neuropsichiatra di cui ci si fida. Secondo Civiero e Perrone lo strumento principale in questi casi, come in ogni psicoterapia, non può essere altro che la relazione ed il luogo dove questi passi graduali, ma necessari, si possono realmente fare. Costruire una relazione di fiducia, un’alleanza, permette al paziente di percepire, ad esempio con l’ausilio dello Psicologo Fuori Studio, come quella che nella teoria dell’attaccamento si chiama “base sicura” (Bowlby, 1989), un luogo per vivere alcune esperienze senza sentirsi sopraffatti, un amico da cui partire e a cui ritornare in caso di necessità, dubbi o incertezze. Questa funzione della relazione è centrale per costruire un vero recupero del disagio familiare o sociale o per ricostruire una graduale autonomia serena e consapevole. Con i ragazzi ritirati e chiusi nelle loro stanzette la costruzione di una buona relazione è inizialmente un obiettivo che necessita di un certo tempo per essere raggiunto. Come già detto, per proteggersi dalla sofferenza (personale, esistenziale, generazionale), i ragazzi Hikikomori cercano proprio di evitare la relazione con gli altri, compresi i familiari e naturalmente anche con lo psicologo. In questa prima fase, molto delicata, per costruire un vero programma terapeutico dobbiamo avvicinarci sempre più al paziente anche se gradualmente, per condividere, comprendere e valorizzare le sue risorse. Senza il giusto tempo non è possibile ottenere risultati, né si può costringere qualcuno a fidarsi contro la propria volontà, specialmente se si tratta di qualcuno che non si fida del mondo esterno; ragion per cui gli interventi domiciliari devono essere intensivi, almeno due volte alla settimana e della durata di due ore, e ci aspettiamo, per esperienza e conoscenza, che ci vogliono alcuni mesi di frequentazione assidua per poter consolidare un tale rapporto di fiducia. In questo tempo, e anche successivamente, lo Psicologo Fuori Studio deve impegnarsi a sviluppare temi, argomenti, oltre che situazioni concrete, con cui sia possibile incrementare la condivisione di passioni supportate dalla tecnologia o da interessi, idee, pensieri, in un clima di comprensione e riconoscimento del valore del ragazzo. Solitamente i ragazzi ritirati si chiudono in una torre d’avorio proprio per evitare di sentirsi incompetenti o inetti davanti al difficile, ed esigente, mondo esterno: favorire l’emergere delle loro qualità, valorizzarle, farle esprimere è un passaggio centrale per potersi sentire in grado di mettere il naso fuori dal proprio spazio domestico, sicuro, e affrontare le proprie difficoltà.
Ma parlare non è sufficiente. A volte nemmeno si riesce: ci sono troppa resistenza, troppa sfiducia, troppa chiusura. Allora bisogna attivarsi sul piano del fare. La condivisione di un’attività piacevole e interessante è una generatrice naturale di relazioni. Stare e fare insieme vanno spesso di pari passo. Camminare, cucinare, ascoltare musica, fare un gioco, visitare un luogo, andare al cinema sono attività che possono sembrare banali, ma per un ragazzo Hikikomori fare queste attività insieme a qualcun altro, in un clima armonico, è un’esperienza positiva e toccante. In quel momento sarà compito dello Psicologo Fuori Studio introdurre anche temi più personali e profondi, propri della psicoterapia. Come già detto, solo quando si è costruita una buona alleanza e quando sarà in atto una graduale ripresa della fiducia in sé e nelle proprie attività quotidiane, sarà possibile iniziare a curare la sofferenza che porta i ragazzi a un pericoloso isolamento.
