L’iperattività (ADHD)  in un bambino 

seconda parte

Diagnosi. (da SOSPediatra, rubriche/bambini iperattivi…) Il bambino iperattivo non riesce a controllare i suoi bruschi movimenti, perciò spetta ai genitori controllarlo senza esagerare, ma stabilendo semplici regole di condotta quotidiane. Devono essere date istruzioni chiare, assicurandosi che vengano comprese per essere attuate, ad esempio chiedendone la conferma. Altro atteggiamento corretto dell’adulto è accentuare il contatto con il figlio mettendosi alla sua altezza e parlargli guardandolo negli occhi, assicurandosi che il piccolo faccia lo stesso. Poiché spesso i bambini affetti da questa sindrome soffrono di forti sensi di colpa, bisogna incoraggiarli sempre a comportarsi nel rispetto delle regole impartite. L’esame clinico per determinare i sintomi dell’iperattività nei bambini è abbastanza complesso e può essere eseguito solo a partire dai 4 anni. In effetti, diversi specialisti ritengono che ci siano diversi “gradi” di iperattività e noi concordiamo. Il medico deve studiare attentamente la psicologia del bambino per determinare l’entità delle difficoltà di concentrazione, la sua impulsività e la sua irrequietezza psicomotoria in modo da prescrivere il trattamento ideale per frenare la sua iperattività, anche perché devono essere presi in considerazione (ed esclusi) gli eventuali sintomi collaterali come disturbi del sonno o epilessia. Giungere a una diagnosi affidabile resta difficile, soprattutto perché i bambini collaborano poco e l’assenza di specifici test è aggravata dall’eterogeneità di questo disturbo e dalle sue manifestazioni, tra cui le cause organiche che non sono ancora state accertate. Nella maggior parte dei casi la diagnosi viene fatta solo in età scolare, anche se la maggior parte dei sintomi appare prima dei 7 anni. Grazie alle osservazioni quotidiane degli educatori, è possibile rilevare sintomi simili a questo disturbo comportamentale e agire precocemente per aiutare il bambino e i suoi genitori a vivere nel miglior modo. Trattamento. I farmaci, da soli, non sono sufficienti per trattare adeguatamente l’iperattività da deficit di attenzione. Il bambino e la sua famiglia devono pertanto essere accompagnati nel gestire al meglio il disturbo mediante due terapie utilizzate attualmente nell’ADHD: terapia familiare e terapia cognitivo-comportamentale. (1) La prima (t. familiare) mira a rafforzare le capacità dei familiari in modo da aiutarli a gestire i disturbi. (2) La seconda (t. cognitivo-comportamentale) agisce sul comportamento e sui pensieri del paziente consentendo di lavorare su tutte le componenti del disturbo. La terapia cognitivo-comportamentale, praticamente, va a lavorare sull’autoregolazione dell’attenzione e del comportamento, iperattivo o impulsivo che sia. Questo é un approccio che ha prodotto molti effetti positivi: basandosi sui principi del “condizionamento operante” dello psicologo Burrhus Skinner (che riteneva il comportamento umano variabile in relazione alle modificazioni ambientali), tale teoria, definita anche comportamentismo, permette di intervenire rinforzando o frenando i comportamenti dei soggetti con ADHD. I comportamenti che vengono rinforzati riguardano l’esecuzione delle attività assegnate, l’uso di strategie cognitive e il controllo dell’impulsività, mentre i comportamenti che vengono frenati sono quelli associati a manifestazioni di iperattività o impulsività. L’approccio cognitivo-comportamentale consiste, in questi casi, nell’insegnare direttamente al bambino le abilità di self-control e le abilità per risolvere i problemi. Nello specifico, si interviene sull’impulsività e sull’autoregolazione, principalmente nella gestione della collera o nell’utilizzo di tecniche non aggressive, utilizzando ad esempio le autoistruzioni verbali (Kendal e Braswell, 1985; Braswell e Bloomquist, 1991), incrementando la stima di sé  o favorendo le relazioni tra pari, ipotizzando un training per le abilità sociali (Guevremont, 1990); oppure sviluppando le abilità di adattamento (Rosein et al., 1994; Stein et al., 1995). In definitiva, La CBT ha lo scopo di modificare i modelli comportamentali appresi che risultano essere disfunzionali. Il fine ultimo è quello di migliorare le capacità organizzative del soggetto e la sua percezione e gestione del tempo, oltre a sviluppare le competenze da mettere in atto in caso di situazioni problematiche, compresa la riduzione delle esternalizzazioni impulsive e improprie. Benefici indiretti si avranno anche nei casi con abbassamento dell’autostima, il che migliorerà le relazioni familiari e le interazioni con i pari (Cornoldi, 2007). I richiami di alcuni autori servono per eventuali approfondimenti.

NB. I genitori devono essere coinvolti e bene istruiti nel trattare questo disturbo, altrimenti il bambino non seguirà correttamente il trattamento prescritto ed i risultati potrebbero essere deludenti.

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