Il Servizio Sanitario Italiano è malato e va salvato potenziando la medicina preventiva e sfruttando  i progressi tecnologici, ma occorre una più accurata  e selettiva formazione degli operatori sanitari. 


prima parte

Io (L.A.) ho vissuto entrambe le esperienze di revisione del Servizio sanitario italiano negli ospedali, (1968 e 1978) credendoci anche come direttore sanitario, primario e come consulente di alcuni Assessori della sanità regionale. Con la Legge 23 dicembre 1978, n. 833 si istituì il Servizio Sanitario Nazionale, presentato all’Hotel Excelsior dove cadendo mi presi una distorsione a una caviglia (scalino non visto) uscendo dall’albergo, distratto e concentrato sulle informazioni ricevute, tanto che dovetti, molto dolorante, farmi accompagnare perché claudicante – da una cortesissima vigilessa che era in servizio lì fuori – a un lontano garage dove avevo parcheggiato l’auto. Con la Legge n. 833 veniva sancito il concetto di salute inteso come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Ma la nascita del Servizio sanitario nazionale, oltre che garantire i servizi essenziali e alla portata di tutti, ha prodotto complicazioni organizzative negative, eppure quel 1978 permise davvero di definire il concetto di salute portato a realizzare obiettivi ambiziosi per tutti i cittadini, italiani e stranieri. La precedente legge 132 del 1968 definita legge Mariotti, rappresentò il primo “non riuscito” tentativo di creare una rete assistenziale ospedaliera pubblica. Qualcuno la definì addirittura disastrosa perché, nonostante i buoni propositi di garantire assistenza a tutti i cittadini italiani attraverso la creazione delle prime forme di Enti ospedalieri, generò nell’arco di un decennio, grazie alla istituzione delle casse-mutualistiche, una doppia disuguaglianza fra i cittadini: a) innanzitutto, venivano tutelati esclusivamente i lavoratori remunerati (ed i loro familiari), visto che contribuivano, con una parte del loro stipendio o salario, a realizzare un fondo, destinato alla copertura delle spese mediche ed assistenziali; b) i ricoveri poi aumentarono di numero, si allungarono i tempi di degenza e, di fatto, si incrementarono anche i ricoveri impropri, generando nel complesso debiti inestinguibili, che obbligarono lo Stato a promulgare una legge (386/1974) con la quale il Governo estinse tutti i debiti degli enti mutualistici nei confronti delle strutture ospedaliere. A questo punto fu necessario rivedere l’intera organizzazione sanitaria nazionale, superando quindi il sistema assicurativo su base mutualistica, sciogliendo tutti gli enti assistenziali e facendoli confluire verso un sistema unico più tutelante nei confronti di tutti. La legge 833 è stato perciò un modello assistenziale imitato e copiato da molti Stati nel mondo, proprio perché permetteva vantaggi economici sulla carta mediante (1) la razionalizzazione della spesa sanitaria attraverso la programmazione come strumento di controllo dell’impiego delle risorse e l’istituzione di un Fondo sanitario nazionale unitario; (2) il recupero dell’efficienza nei servizi (aumentando la produttività), il tutto realizzato anche mediante controlli economico-finanziari. Già dai primi 2 articoli si notava l’inversione di tendenza rispetto al passato, visto che si parlava della Tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività (universalità), attraverso la promozione, il mantenimento ed il recupero della salute psicofisica (globalizzazione) di tutta la popolazione senza distinzione di condizioni individuali o sociali. Sembrava davvero un bel sogno che, purtroppo con il tempo, è svanito. Ed ora dobbiamo di nuovo rimboccarci le maniche perché la nostra Sanità è nuovamente malata. Le cause sono molte e non è solo un problema legato alle risorse finanziarie; dobbiamo infatti affrontare anche l’aumento della domanda sanitaria e l’inadeguatezza della formazione dei medici perché i Corsi non tengono forse conto della evoluzione crescente della scienza medica, che ormai si basa sulla parcellizzazione delle specialità e ultra-specialità medico-chirurgiche e che non tiene conto del fatto che siamo in una fase di transizione in cui serve la ricerca (si pensi a quanti esseri umani ha salvato la vita e a quanti  Stati coinvolti ha salvato i bilanci finanziari con il relativo benessere di intere popolazioni  il vaccino a mRNA studiato dai Nobel 2023 per la Medicina Katalin Karikò “Philadelphia e Bethesda” e Drew Weissman “Pennsylvania” e realizzato in pochi mesi contro il covid). La ricerca ancora compare poco e, se compare, non è ancora sostenuta adeguatamente dalle istituzioni. 

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