Covid: spray nasale contenente anticorpi IgA protegge da questa e da altre infezioni

da Sanità Informazione un interessante articolo sui vaccini spray a cura di V.  Arcovio, da memorizzare in previsione dell’autunno. Gli autori danno la notizia: “Approccio utile dello spray nasale contenente anticorpi IgA che funziona contro nuove varianti covid, ma  anche contro altri virus”. I ricercatori del Karolinska Institute, in Svezia, hanno dimostrato che lo spray nasale anti-Covid, contenente anticorpi IgA, può offrire protezione dall’infezione. Così è stato nei topi su cui è stato testato, come riportato da uno studio pubblicato su PNAS. I risultati aprirebbero la strada a una nuova strategia per proteggere le persone ad alto rischio a causa delle diverse varianti del virus Sars-CoV-2 e quasi certamente anche da altre infezioni. (Autrice Valentina Arcovio, giornalista, che ha una sezione su agi.it). Leggiamo allora quanto scrive l’amica Valentina: “I ricercatori del Karolinska Institute hanno dimostrato che il suddetto spray nasale anti-Covid può offrire protezione dall’infezione; i risultati ottenuti aprono la strada a una nuova strategia contro le diverse varianti del virus Sars-CoV-2 e probabilmente anche contro altre infezioni. Come saprete, vi sono diversi tipi di anticorpi, ognuno dei quali ha funzioni differenti. Gli anticorpi IgA fanno parte del cosiddetto sistema immunitario adattativo e risiedono naturalmente nelle mucose delle vie aeree. Si sa che l’assenza o i bassi livelli di IgA della mucosa sono associati ad aumentato rischio di infezioni da Sars-CoV-2. Ebbene lo spray nasale contiene anticorpi IgA più efficaci nel neutralizzare il virus; ricordiamo invece che gli attuali vaccini anti-Covid stimolano principalmente una risposta anticorpale IgG nell’organismo e studi precedenti hanno dimostrato che la loro capacità di proteggere dall’infezione con le nuove varianti Omicron del virus è molto limitata. Per superare questo problema, il Gruppo di ricerca guidato da Qiang Pan-Hammarström del Karolinska Institute ha utilizzato l’Ingegneria genetica per creare anticorpi IgA in grado di legarsi alla proteina spike del Sars-CoV-2 in modo simile agli anticorpi IgG. I topi infettati con la variante Omicron hanno ricevuto il trattamento con anticorpi IgA attraverso la somministrazione nasale: le gocce nasali hanno ridotto significativamente il carico virale nella trachea e nei polmoni dei topi infetti. È stato dunque dimostrato che gli anticorpi IgA si legano in modo più forte alla proteina spike di Sars-CoV-2 e sono più efficaci nel neutralizzare il virus rispetto agli anticorpi IgG originali. Lo spray nasale dovrebbe proteggere le persone più vulnerabili. “I risultati mostrano che questi anticorpi, geneticamente modificati, possono rafforzare la protezione contro le nuove varianti virali, ma attenzione, non sono destinati a sostituire i vaccini attuali”, afferma Harold Marcotte, Prof. associato presso il Dipartimento di Biochimica/Biofisica medica del Karolinska Institute e primo autore dell’articolo. “I vaccini tradizionali suscitano una risposta immunitaria attiva da parte dell’organismo, mentre questa è una strategia di immunizzazione passiva. Un approccio di immunizzazione attiva che induca una risposta immunitaria delle mucose – continua – sarebbe l’ideale, ma speriamo che almeno  il nostro approccio sia utile per proteggere gli individui più vulnerabili come gli anziani e le persone immunocompromesse“. Dicevamo che questa strategia é promettente anche per le altre infezioni virali, quindi vi sono  speranze che il metodo possa essere utilizzato per neutralizzare eventuali altri virus emergenti”. Speriamo dunque che questa strategia molto promettente sia valida  non solo per il Covid-19 e le nuove varianti, ma anche per altre malattie infettive, tra cui l’influenza sempre temibile (per la quale è già in uso un vaccino spray per i bambini) e altre Infezioni respiratorie o della mucosa gastrica legate alla presenza dell’Helicobacter pylori, per le quali non esiste un vaccino disponibile, al momento”, conclude Qiang Pan-Hammarström, co-autore dello studio.

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