ultima parte
L’obiettivo è dunque superare l’iniziale diffidenza per prendersi poi cura della sofferenza lacerante dei pazienti con grave e persistente sindrome da isolamento sociale. E non si deve semplificare troppo il problema attribuendo questa sindrome alla pigrizia, alla malattia psichiatrica o ai videogiochi; si tratta di pregiudizi fuorvianti secondo Save the children. In Italia vi sono alcune cause alla base del fenomeno come il bullismo, la sopraffazione, le aspettative eccessive dei genitori ed é la Scuola il primo luogo che può aiutarci a individuare i primi campanelli di allarme. Vi sono inoltre varie organizzazioni che si possono contattare come l’associazione Hikikomori Italia e poi H…I…Genitori onlus per raggiungere l’obiettivo finale di un lavoro coordinato da uno psicologo, un obiettivo che, come già detto, richiede tempo, dedizione e a volte cure farmacologiche quando sono associate ansia e depressione. Inoltre l’approccio alle sofferenze più acute e profonde, e la loro cura, rientrano nelle normali competenze di ogni psicoterapeuta; questo è il percorso da fare per raggiungere l’obiettivo essendo questo il percorso che, secondo il collega Civiero, può fare la differenza. Ripetiamo, dobbiamo arrivarci partendo da una comune esperienza di condivisione e con la vicinanza che è un grande punto di partenza per un percorso che vuole andare a trovare e sciogliere i nodi della sofferenza, traumatici, disfunzionali del ragazzo, anche sfruttando la moderna tecnologia (corsi , sedute e test diagnostici online).
La famiglia va vista come protagonista, oltre la scuola. L’esperienza ci insegna però che lavorare soltanto con un giovanissimo paziente spesso non è sufficiente. La famiglia è il contesto in cui ciascun Hikikomori vive ed è cresciuto e per questo gli esperti sono convinti che sia anche il miglior contesto possibile per favorire un recupero. Per questo motivo chiediamo alla famiglia tenacia, continuità e attiva partecipazione al percorso terapeutico del figlio. Tutta la famiglia viene perciò coinvolta nel processo di cura, attraverso periodiche sedute familiari in studio condotte da una coppia di psicoterapeuti familiari, dei quali possibilmente uno dovrebbe essere lo stesso psicologo fuori studio (che va a domicilio). Sappiamo per esperienza che la sofferenza acuta di cui tanto abbiamo parlato spesso è condivisa, con tutti o con alcuni familiari; quindi il più delle volte si attiva proprio nelle dinamiche relazionali della famiglia allargata. Un lavoro congiunto per un cambiamento di tali dinamiche è terapeutico non solo per i “ragazzi ritirati, in solitudine sociale”, ma anche per i loro familiari. Senza l’alleanza e la partecipazione attiva dei genitori, il percorso per qualsiasi ragazzo diventa assai più difficile ed incerto.
Ma guarire la sindrome Hikikomori…si può!!! Il concetto di guarigione è, dal punto di vista teorico e clinico, piuttosto complesso. Quello che si può dire é che nel seguire i casi si deve cercare di raggiungere non solo la remissione del sintomo e il recupero comportamentale (tornare a scuola, uscire di casa, riprendere le relazioni sociali con i pari), ma anche ottenere un’evoluzione psicologica del “ragazzo isolato nella sua stanza” e del “suo contesto familiare”, in modo da permettergli di intraprendere poi nella vita un cammino più stabile, completo e soddisfacente. I risultati ottenuti negli ultimi anni incoraggiano a perseguire questo obiettivo anche in questi pazienti che si deve ritenere realizzabile.
