Come intervenire se una mamma soffre di depressione post partum 

seconda parte

Quando una madre attraversa un periodo difficile, in cui la donna pensa: “Ora che anch’io sono madre, ma non sono felice quanto mi aspettavo…” i suoi pensieri possono arrivare a vivere un altro stato d’animo come “Vuol dire allora che sono una madre sbagliata” e ad amplificarlo alimentando sensi di colpa e di inadeguatezza che, a loro volta, accrescono le difficoltà di un genitore a gestire la situazione. Questo circolo vizioso è molto pericoloso e va riconosciuto nei genitori precocemente; è opportuno quindi rivolgersi subito a un consultorio familiare o al medico di base o all’ostetrica che ha seguito la gravidanza, Questo primo step permette di individuare una strategia di sostegno mirata, che però é diversa da caso a caso. Elenchiamo a questo punto i sintomi di depressione post partum (DPP) che solitamente devono mettere in allarme le mamme e i loro familiari: 1) sentire che la cura del bambino e il bambino stesso sono un carico di responsabilità eccessivo e perciò ingestibile, non soltanto nei momenti di stanchezza o di difficoltà, ma in generale anche quando il bambino dorme e quando gioca tranquillo; 2) non riuscire a provare emozioni nei confronti del bambino; 3) sentirsi estranee a ciò che si sta vivendo come se si fosse dietro a un vetro; 4) sentirsi inadeguate nella cura del bambino, incapaci e sbagliate; 5) avere paura di restare sola con il bambino; 6) non riuscire a concentrarsi nelle cose quotidiane che hanno a che fare con l’interazione madre-bambino che è rappresentata dai tentativi di una madre di entrare in un insieme di scambi significativi con il proprio bambino (a) prima di tutto imparando a riconoscere i bisogni reciproci e (b) imparando poi a sintonizzarsi sulle emozioni, (c) infine imparando a praticare  le cure genitoriali routinarie…

Trattamento. Prima di tutto é fondamentale che le donne sofferenti per DPP capiscano che non è il risultato di qualcosa che hanno fatto o non hanno fatto e che quindi non si devono sentire in colpa. Le madri devono essere libere di esprimere apertamente i propri sentimenti, anche se negativi. Nella maggior parte dei casi è la donna stessa ad avere vergogna per i sentimenti che prova e non ne parla facilmente, anche perché è la prima a giudicare se stessa in termini negativi e i suoi pensieri sono generalmente disastrosi. D’altra parte, la DPP contrasta con l’immagine di mamma idealizzata dalla collettività e nella realtà, di fronte a eventi di cronaca drammatici, le madri vengono spesso etichettate come “pazze”, “incapaci” e “snaturate”. Del resto le madri “cattive” sono personaggi sempre rappresentati nelle favole che, nelle versioni moderne vengono rinominate “matrigne”, ma nella forma originale della favola sono madri che da buone diventavano cattive. Però della mamma cattiva quasi nessuno vuol sentir parlare, perché nell’immaginario collettivo la madre è colei che si sacrifica ed è felice di sacrificarsi per un figlio. Però la DPP non deve essere neppure un tabù! Se sono presenti i sintomi descritti e se vi è familiarità con i disturbi dell’umore o sono presenti altri fattori di rischio occorre, necessariamente, rivolgersi a uno specialista.  Se alcune persone con depressione non riconoscessero i sintomi, è importante che i familiari o gli amici intervengano qualora dovessero osservare tali segnali, e non sperare in un miglioramento spontaneo, soprattutto se tali sintomi si protraggono nel tempo (superiori alle due settimane). Grazie a una terapia adeguata è possibile avere una riduzione della sintomatologia depressiva, anche in tempi brevi. Ciò avrà dei benefici non solo sulla madre, ma anche sul bambino e su tutto il nucleo familiare. A volte la depressione lieve può essere gestita mediante Gruppi di supporto, Consulenze o altre Terapie. In altri casi possono essere raccomandati farmaci antidepressivi, anche durante la gravidanza (Mayo Clinic, 2018). Gli antidepressivi agiscono direttamente sul cervello aumentando nel cervello i livelli di un gruppo di sostanze chimiche definite neuro-trasmettitori. Alcuni di essi, come la serotonina e la nor-adrenalina possono migliorare l’umore, ma occorre aspettare alcune settimane prima di notare gli effetti. La scelta della terapia medica va concordata con un neuropsichiatra che selezionerà la tipologia di farmaco in base al periodo di vita della diade madre-bambino (gravidanza o allattamento). I trattamenti psicologici evidence-based includono la terapia cognitivo-comportamentale (Gloaguen, et al., 1998), la psicoterapia interpersonale (Churchill, et al. 2001) e la Problem-Solving Therapy (Cuijpers, et al., 2007). Certo è che la farmacoterapia combinata alla psicoterapia risulta più efficace del solo trattamento psicologico (Cuijpers, et al., 2009) o farmacologico. Bisogna anche ricordare che esistono i Servizi di Tele-riabilitazione, operativi per esempio anche nell’Istituto Santa Chiara (che ci ha fornito parte del materiale inserito in questi due ultimi articoli) sia per pazienti in età evolutiva che per madri con i problemi finora descritti. Le sedi dell’Istituto Santa Chiara sono a Roma, Ladispoli, Lecce, Merine, San Vito dei Normanni, Castrignano dei Greci e Maglie, dove i pazienti possono contattare i professionisti, comodamente, ovunque, senza incidere sulla qualità della terapia che verrà rimodulata, e aggiornata online, in base al decorso monitorato da esperti.

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