Salute mentale e violenza: binomio scontato o mito da sfatare?

prima parte

I tragici episodi di violenza segnalati dai quotidiani e dai giornali radio hanno scosso nel profondo sia la collettività sia la comunità degli psichiatri. C’è da pensare che davvero il disagio mentale spesso dipenda da atti violenti contro la persona che possono provocare una sofferenza psichica. Secondo gli esperti (e uno dei più esperti è il Prof. Maurilio Tavormina, psichiatra e direttore della Rivista Deprestop che si domanda  nell’articolo scritto dalla collega Wilma Di Napoli ) “si può dire o no che la sofferenza psichica equivale a pericolosità e violenza?” Il dibattito è aperto fin da quando esiste la Psichiatria che si occupa dei disturbi mentali; ma negli ultimi mesi abbiamo ricevuto nuovi stimoli e impulsi  a causa di criticità connesse con i recenti fatti tragici di cronaca. Del resto nell’opinione pubblica la salute mentale resta un’area grigia, fonte di dubbi, forse anche di diffidenza, connessa a paure e pregiudizi. Mentre in altri campi, negli ultimi vent’anni vi é stato un deciso balzo in avanti nel contrasto allo stigma (che è l’insieme dei pregiudizi negativi attribuiti alle persone con problemi psichici a causa del loro disturbo e che portano a rifiuto, discriminazione ed esclusione), ciò non è avvenuto per la Salute mentale, anche se, sull’onda di molte campagne popolari di lotta al bullismo si è cercato di contrastare le discriminazioni per sesso, razza, religione, cultura. Persone straniere hanno infatti raggiunto incarichi politici importanti in Italia; un transgender ha vinto l’Eurofestival anni fa. Attrici non conformi ai canoni di magrezza vigenti sono famose e richieste anche sulle passerelle di moda. Nei cartoni animati per bambini si moltiplicano i personaggi che vivono tranquillamente relazioni omosessuali. Ed invece per il disagio psichico, nell’immaginario collettivo, così come nei film, libri o canzoni, sono ancora molto frequenti immagini di vecchi Ospedali psichiatrici, di violenza, di contenziosi, di elettroshock e/o abuso di farmaci. Insomma, ad oggi, nella cultura più tradizionale dei benpensanti, più “convenzionale”, e dominante, seguita dal più grande pubblico. la malattia mentale è densa di vecchi stereotipi pressoché immutati da 50 anni a questa parte.

Per esempio su violenza, salute mentale e mass media questa situazione trae indubbiamente forza dalla scarsa conoscenza che hanno i giornalisti della malattia mentale e dei progressi importanti ottenuti nella cura e nella riabilitazione. Inoltre non aiuta il modo con cui spesso i mass media trattano questa complessa tematica. Si trovano di frequente sui giornali e in TV titoloni che contengono notizie erronee, fuorvianti, piene di stereotipi sulla violenza delle persone malate. Dichiarazioni ma anche modi di descrivere la malattia mentale che alimentano i pregiudizi e fomentano l’allarme sociale, attraverso analisi superficiali e giudizi sommari. E così si crea terreno fertile perché cresca il seme della paura e si intensifichi un richiamo nostalgico al passato. Si invocano i “bei” tempi nei quali il “matto” autore di violenza, veniva bloccato con camicia di forza, sottoposto a elettroshock, segregato e vigilato, per non disturbare la vita dei “cosiddettisani” (Lasalvia, 2022). Eppure molti fatti recenti rinforzano i timori di imprevedibilità e violenza connessi con la sofferenza mentale. Il problema del rapporto tra disturbi mentali e violenza è noto da tempo, ma periodicamente ricompare. I dati della ricerca scientifica dicono  però che vi sono limiti metodologici oggettivi nelle ricerche effettuate ed é pertanto anche comprensibile leggere con difficoltà tali dati in maniera corretta. Ad esempio i dati devono essere sempre confrontati tra malati e popolazione “sana” nella stessa Area geografica e nello stesso lasso di tempo. Questo consente di confrontare i dati raccolti, ma si deve tenere anche conto che la casistica varia molto a seconda del periodo e della popolazione in cui la si studia. Vi sono Paesi al mondo con tassi di violenza di gran lunga superiori ad altri, e ciò al netto della percentuale di disagio psichico presente. Premesso questo, i dati revisionati ci dicono che non vi sono differenze significative nei comportamenti violenti tra persone affette da disagio psichico e non; ciò può essere vero, ma escludendo alcune categorie di malattia mentale, e cioè le  Psicosi e  i Disturbi bipolari. E anche in tal caso la violenza riguarda una minoranza di casi, circa il 10%, e nelle fasi di scompenso (Barbato, 2009)… segue seconda parte

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