parte prima
Vincenzo R. Spagnolo su Avvenire relazionava un anno fa esatto in merito all’annuale Report della Polizia criminale che stigmatizzava il comportamento delinquenziale dei giovanissimi stupratori di gruppo, delle baby gang delle periferie urbane o dei bulli nelle scuole, capaci di filmare e mandare sui social le violenze fatte ai compagni. Vi erano poi gli adolescenti assassini, per noia, per avidità o per rabbia, senza dimenticare le giovanissime sentinelle dello spaccio, assoldate da camorra o ‘ndrangheta. Sono davvero tante le facce di questo fenomeno preoccupante con numeri e statistiche, descritto nel Dossier dove la Polizia cerca di fornire un quadro del contesto in cui certi crimini continuano a maturare, fornendo a chi deve legiferare su una materia delicatissima riflessioni di cui tenere in conto. Comunque in genere esisteva una interruzione fra la “sicurezza percepita e quella reale”, gonfiata spesso ad arte dai giornali e TG, capaci di presentare come “tendenza” quella che talvolta era (e resta) solo una circostanza, un episodio grave ma non così diffuso. Nel caso della delinquenza minorile, invece, i dati dei dossier (che attingono alle banche dati interforze di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza) sembrano confermare la percezione che abbiamo rispetto al ripetersi degli atti di violenza perpetrati da molti giovanissimi, italiani e stranieri ( record di stranieri che superano gli italiani) sempre secondo il Messaggero dell’11 novembre 2023). Denunce e arresti dunque crescono. E se l’andamento degli abusi sessuali cresce di poco e quello degli omicidi scende lievemente, preoccupa l’inquietante impennata di rapine, estorsioni, lesioni, risse, percosse e minacce, compiuti da ragazzi e ragazze sui 16-17 anni.
Ed allora dobbiamo chiederci perché il malessere esistenziale di un adolescente finisce per imboccare la strada delinquenziale della brutalità, della cattiveria, del reato solitario o di gruppo? Gli analisti della Polizia forniscono elementi utili per capire che l’adolescenza é un fattore di rischio, molto alto se si vive in contesti «di deprivazione socio economica o in ambienti familiari disfunzionali; l’appartenenza a gang con i loro riti d’iniziazione; il tasso di dispersione scolastica e l’uso distorto dei social media, dove la spettacolarizzazione di un atto violento può indurre chi lo fa a “superare la paura della punizione”. In più, ricordiamo come il Covid abbia influito negativamente a causa delle angosce provate e restrizioni adottate. Tutti tasselli, e altri se ne potrebbero aggiungere, di un mosaico di concause che non può e non deve lasciare tranquillo gli operatori socio-sanitari oltre alle famiglie, gli insegnanti, gli educatori, gli esponenti di istituzioni, enti e associazioni impegnate nel sociale. In una fase in cui la politica si sta confrontando, in modo acceso, sulle nuove misure per frenare la devianza giovanile (dalla stretta del decreto Caivano alle pulsioni giustizialiste di chi invoca l’abbassamento dell’età per l’imputabilità) dalle pieghe della relazione affiorano “chiavi di lettura” – afferma il giornalista Vincenzo Spagnolo – che possono essere utili per «il decisore» che deve elaborare politiche e interventi di prevenzione più efficaci. Peraltro, uscendo da una visione esclusivamente repressiva, il Dossier non dimentica di sperare nel recupero delle vite di chi ha sbagliato, raccogliendo le voci di minori in carcere e valorizzando strumenti come la giustizia riparativa. Non servono gli slogan sulla “tolleranza zero” o del tipo “Le chiavi delle celle devono essere gettate via” che sono ingannevoli e non certo rassicuranti. Se si vuole davvero frenare la corsa perversa di una gioventù che nessuno però vorrebbe “bruciata”, bisogna fare rete, ricostruire i tessuti familiari, scolastici e sociali (e va dato atto all’attuale governo di averlo considerato, nell’insieme di interventi pensati per Caivano). Dobbiamo dunque considerare il Rapporto della Polizia ben più di un documento statistico, perché esso invita tutti noi a non restare sordi e ciechi e a intercettare, a fini terapeutici, il malessere di migliaia di ragazzi, prima che si scateni altro odio con conseguenti atti di violenza.
