E’ così definita, secondo le brillanti ed esperte Pediatre di famiglia toscane, che ringraziamo per le indicazioni ricevute, Elisabetta Cappelli e Monica Pierattelli, una vera e propria Forma indiretta di Maltrattamento sui minori, al pari della violenza subita direttamente, spesso sottovalutata o addirittura negata dai bambini intervistati. È sperimentare, vivere una esperienza molto dolorosa, indirettamente, soltanto per gli effetti subìti, a causa della violenza fisica, anche psicologica, perpetrata contro le figure affettivamente significative per un bambino, come la madre o la sorella.
Quindi per operare in modo da lenire il dolore e la sofferenza di un bambino in tale situazione familiare, il pediatra deve sapere che infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di violenza intra-familiare sulla madre del bambino assistito. Studi recenti hanno confermato e l’esperienza ha constatato che la violenza assistita interessa tutte le classi sociali e qualunque siano le diverse appartenenze culturali; e poi non è raro che diventi anche “violenza subita” e che abbia un’altissima probabilità di indurre esiti a breve, medio e lungo termine sulla salute dei minori. Il bambino/adolescente che vive in casa questa tipologia di violenza deve infatti comunque mettere in atto una serie di strategie di adattamento per garantire la propria sopravvivenza psicologica messa a dura prova dal vivere in un ambiente pericoloso con genitori inaffidabili, cercando di controllare situazioni spesso imprevedibili.
La violenza assistita è la causa di patologie (ansia e/o depressione) dovute a un vero e proprio stress pericolosissimo se prolungato nel tempo, configurandosi per gli esperti come un vero e proprio ACE (Evento avverso dell’infanzia). Non è facile per il pediatra di famiglia portare alla luce queste drammatiche situazioni nelle loro tante sfumature, molto più frequenti di quanto si possa immaginare. È frequente che la madre stessa sottovaluti le conseguenze per i propri figli derivate dall’assistere a questo tipo di violenze, ritenendo erroneamente che i figli, se non direttamente coinvolti, non vengano danneggiati nonostante la drammaticità delle scene cui sono costretti ad assistere. Non è raro che i genitori pensino che se il bambino “dorme ed è in un’altra stanza o non è presente” non sia consapevole di quello che avviene. Infine é anche possibile che la vergogna o la paura impediscano a una madre di comunicare diretta direttamente le violenze subite sia al medico di famiglia che al pediatra.
Quando però in un ambulatorio pediatrico si presentano bambini con problemi fisici, psicologici o relazionali ricorrenti occorre prendere in esame anche questa evenienza: i segnali di malessere e disagio psicologico del bambino vittima di violenza assistita appartengono a tutte le aree che controllano il normale equilibrio psicofisico di un individuo fragile come un bambino in tenera età. E molti disturbi psichici dell’età adulta sono preceduti da condizioni patologiche che si presentano durante l’infanzia e la stessa adolescenza. Finalmente i nuovi LEA prendono atto dei problemi di salute mentale crescenti in età pediatrica tanto che gli articoli 25 e 26 indicano il SSN quale Garante dei minori con disturbi ascrivibili a deviazioni del neuro-sviluppo in grado di attivare la presa in carico da parte di equipe multidisciplinari per lo svolgimento di un programma terapeutico individualizzato e differenziato per intensità, complessità e durata che include prestazioni, anche domiciliari, mediche specialistiche, psicoterapeutiche e riabilitative mediante strumento e metodi basati sulle più avanzate evidenze scientifiche. Ed il Pediatra di famiglia deve ancora ricordare che il coinvolgimento dei bambini nella violenza domestica può avvenire non solo durante la convivenza dei genitori ma anche nella fase della loro separazione (evento sempre più frequente di cui i pediatri sono spesso messi al corrente tardivamente); in questi casi dobbiamo avere cura dei figli. bambini già provati dal dolore e dalla paura. L’esperienza insegna che un adulto vittima di una o più violenze è disponibile a parlare e a raccontare al proprio medico se lo sente disponibile all’ascolto o se capisce dalle parole e dall’interesse che il medico considera la violenza domestica come un problema che riguarda anche la medicina, ed in particolare la psicologia e la neuropsichiatria, quando vengono superati determinati limiti dagli adulti. E per esempio ci si può mostrare interessati ed aprire il colloquio con una domanda generica “come vanno le cose a casa e/o in famiglia ?” può essere l’inizio di una rivelazione, soprattutto se si tratta di adolescenti.
