Villa si chiede: “Che succederà nelle nostre aziende ospedaliere senza gli operatori sanitari gettonisti?”

Roberta Villa è l’autrice di un articolo pubblicato su UNIVADIS qualche settimana fa. Medici e infermieri gettonisti a causa della scarsità di personale nelle AO e nelle ASL (Aziende Ospedaliere e Aziende sanitarie locali), pagati molto più dei colleghi e con la possibilità di farsi un orario flessibile su misura, sono una pessima, e ingiusta, soluzione alle difficoltà dei nostri ospedali. È assurdo che colleghi con la stessa preparazione, o a volte con maggiore esperienza, debbano lavorare fianco a fianco con chi per svolgere le stesse funzioni guadagna il doppio, a condizioni molto più favorevoli oppure che debbano dipendere dalla loro disponibilità per poter stimbrare il cartellino o prendere un giorno di riposo.

Però, vi è da dire che in molte situazioni, queste storture hanno evitato il peggio, per esempio l’inevitabile chiusura di un Pronto soccorso o di altri reparti: si può paragonare il fenomeno a una pezza mal cucita sul buco di un vestito, ma occorre chiedersi, a questo punto, che accadrà a strapparla senza avere pronto un abito di ricambio? Per questo preoccupa un pola scadenza del 31 luglio, dopo la quale le strutture pubbliche non potranno rinnovare nuovi contratti per queste nuove figure professionali, se non una sola volta l’anno, in comprovate condizioni di necessità e urgenza. Le condizioni di necessità e urgenza, in molte strutture, soprattutto nei Pronto soccorso e nei reparti di Terapia intensiva, sono infatti purtroppo ormai la norma. 

Le conseguenze sono però spiacevoli. Alessandro Ricciardi, Presidente della Società italiana di medicina di emergenza e urgenza (SIMEU), segnala il 20-30% dei Pronto soccorso ha infatti medici provenienti da Cooperative nei propri organici, che in alcune strutture coprono la maggioranza dei turni. Come si riuscirà a far quadrare il puzzle delle presenze con lo staff a disposizione, che già in molte circostanze va ben oltre il limite delle 48 ore lavorative massime settimanali e il diritto di almeno 11 ore di riposo tra un turno e l’altro? Che cosa è successo nei mesi passati? Forse qualcuno avrà rinunciato alle ferie, e anche questo non sarebbe stato giusto, oltre ad alimentare quel circolo vizioso di esasperazione e burn-out che sta spingendo il personale sanitario a licenziarsi, lasciando chi resta in situazioni ancora peggiori. In verità il ricorso ai medici associati in cooperative o forniti da agenzie interinali si è diffuso soprattutto durante le fasi più drammatiche della pandemia, che ha permesso ad ASL e ospedali di far fronte a un’emergenza “temporanea” con professionisti molto giovani o pensionati ancora abili. Nel tempo, tuttavia, questa anomala modalità di lavoro è andata consolidandosi, forse perché, una volta ritiratesi le ondate di pazienti con sintomi respiratori da SARS-CoV-2, sono rimaste sul terreno le molte patologie di una popolazione sempre più anziana, il mancato filtro della Medicina territoriale (medici di base), che in alcune zone del Paese sembra quasi inesistente o la critica carenza di personale ospedaliero, aggravata da rinunce e pensionamenti che lo stesso COVID-19 ha accelerato, per non parlare delle aggressioni al personale sanitario che fanno scappare (chi può) verso situazioni lavorative più tranquille. I gettonisti, finora, hanno potuto scegliere di accollarsi più turni consecutivi o di passare un intero weekend in ospedale, per poi riposare il resto della settimana. Ma i limiti posti dalla nuova normativa stanno impedendo a questi sanitari di organizzarsi così, anche perché tutto ciò rischia di ridurre la loro efficienza e mette a rischio la salute dei pazienti che chiedessero a un sanitario di turno, stanchissimo dopo un turno massacrante, una prestazione medico-chirurgica urgente.

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