A.: Massimo Sandal: articolo pubblicato da UNIVADIS il 15/10/2025
prima parte
Prendo oggi spunto da un messaggio di una Collega chirurga che si dice distrutta dalla fatica ma felice per avere fatto il suo dovere riuscendo a ottenere il risultato sperato. Ebbene, è proprio la professione medico-chirurgica attuale che merita maggiore attenzione dalle Autorità competenti. Fra qualche anno rimarremo in Italia senza medici, che preferiranno altri Paesi e altri successi. Questo esodo di nostri cervelli è già in atto. Ma ora leggiamo di un sondaggio condotto dalla Società Italiana di Chirurgia Pediatrica, pubblicato a settembre sul Journal of Pediatric Surgery, che rivela come il 17,3% dei Chirurghi pediatrici italiani soffra di burnout, percentuale che sale al 24% tra i medici in formazione specialistica. La ricerca, coordinata da Francesca Gigola dell’Università di Firenze, ha coinvolto circa un terzo dei chirurghi pediatrici su tutto il territorio nazionale e identifica nella qualità dei rapporti con i capireparto il fattore più significativo associato al burnout. I ricercatori hanno distribuito un questionario anonimo di 56 domande attraverso la rete della Società Italiana di Chirurgia Pediatrica, raggiungendo circa il 30% di tutti i chirurghi pediatrici attivi in Italia: 88 specializzandi e 138 chirurghi già specializzati, con una distribuzione geografica che ha coperto tutto il Paese, sebbene il 58% del campione provenisse dalle regioni settentrionali. Per valutare il burnout, gli Autori hanno utilizzato il Maslach Burnout Inventory-Human Services Survey, che misura le tre dimensioni del burnout attraverso 22 domande. Il burnout è definito come la presenza contemporanea di punteggi elevati in esaurimento emotivo (≥30) e depersonalizzazione (≥12), insieme a punteggi bassi in realizzazione personale (≤33). Oltre alla prevalenza del burnout, il questionario ha indagato caratteristiche demografiche, condizioni lavorative, relazioni professionali, fattori di stress e possibili strategie di miglioramento del benessere. I dati offrono un’istantanea della situazione italiana e non permettono di stimare l’incidenza del burnout nel corso della vita professionale. Ciò nonostante la metà dei partecipanti ha dichiarato di aver sofferto di burnout in passato: l’incidenza cumulativa del burnout durante la carriera potrebbe essere molto elevata e i motivi sono molti. Tra i possibili fattori di rischio, chi dichiarava rapporti difficili con i superiori (il 27% del campione) mostrava burnout nel 20,3% dei casi, contro il 13,9% di chi manteneva buone relazioni. Questa variabile è l’unica statisticamente significativa nell’analisi complessa, in quanto tiene conto simultaneamente di tutti i fattori. Esistono comunque differenze significative tra diversi sottogruppi. Tra gli specializzandi, la prevalenza di burnout raggiungeva il 23,9%, contro il 13% tra i medici già specializzati. I chirurghi pagati meno di 2.000 euro al mese, oltre il 38% del campione, mostravano tassi di burnout del 24,4%, contro il 12,9% di chi guadagna di più. Chi riferiva di lavorare oltre 50 ore settimanali presentava burnout nel 23,5% dei casi, contro l’8,5% di chi lavorava meno. Il 21,2% di chi percepisce carenza di personale nel proprio reparto presenta burnout, contro il 9,3% di chi non la percepiva. L’indagine mostra anche un’alta prevalenza di condizioni di lavoro stressanti. Il 31% del campione dichiarava di spendere oltre metà del tempo lavorativo per compiti burocratici e solo l’11% del campione dedicava oltre tre quarti del tempo alla cura dei pazienti. Il 57% del campione lavorava oltre 50 ore alla settimana e l’11% superava addirittura le 70 ore. Particolarmente elevata l’insoddisfazione per lo stipendio in tutte le fasce di reddito: il 91,2% dei chirurghi considerava il proprio stipendio inadeguato, percentuale che rimaneva altissima (80%) anche nella fascia di reddito più elevata, oltre 4.000 euro mensili. Per quanto riguarda il supporto psicologico, solo il 18,6% aveva accesso a supporto offerto dall’ospedale, mentre il 21,7% seguiva percorsi psicologici privati. I risultati di questo studio offrono diversi spunti analitici nel valutare il rapporto “bilancio vita/lavoro” . Esiste prima di tutto un divario generazionale nella cultura del lavoro: i giovani medici cercano un equilibrio vita-lavoro meno sbilanciato. Così spiega a Univadis Italia, Carmelo Romeo, Direttore del Dipartimento materno infantile dell’AOU “G. Martino” di Messina, Ordinario di Chirurgia Pediatrica all’Università di Messina e Presidente, fino a ottobre 2025, della Società Italiana di Chirurgia Pediatrica: “Alcuni di noi sono cresciuti in un contesto in cui si doveva rimanere in ospedale finché il direttore era presente. Oggi gli orari per fortuna sono un po’ più regolamentati. Però è chiaro che questa è ancora una questione molto sentita. Si percepisce che i giovani vorrebbero avere i loro spazi personali ma fare anche carriera, mantenendo anche quegli spazi di vita privata che invece noi della generazione precedente abbiamo sempre sacrificato. Questa maggiore consapevolezza è già un dato positivo”. E’ d’accordo intervistata da Univadis Italia, anche la Collega Francesca Gigola che lavora nel Dipartimento di Chirurgia pediatrica dell’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze che è l’Autrice principale dello studio: “Le generazioni precedenti hanno vissuto gli orari prolungati di lavoro e il sacrificio della vita privata quasi come una forma di vanto: solo i più forti e resistenti possono fare la vita del chirurgo, anche a costo di sacrificare tutto il resto. Le generazioni più giovani, invece, vedono le cose diversamente. La nostra generazione sceglie di fare questo lavoro, ma senza dover necessariamente rinunciare a tutto. Crediamo che questo lavoro si possa svolgere bene anche mantenendo una vita normale e bilanciata, che ci renda soddisfatti e ci permetta di raggiungere i nostri obiettivi professionali senza dover forzatamente abbandonare tutto il resto”.
