Nel 2225 nascerà l’ultimo italiano?

Il Prof. Rino Agostiniani, Nostro Presidente SIP (Soc. Italiana di Pediatria) affronta coraggiosamente il problema con un articolo che riproduciamo integralmente noi di anabonews, associazione collegata con la SIP ….. Altro che inverno demografico, siamo alla glaciazione, scriveva qualche giorno fa una testata nazionale commentando i dati Istat sulla natalità, rimasti quasi inosservati.Eppure, le proiezioni suggeriscono che, se l’attuale tendenza in termini di natalità e mortalità dovesse proseguire, l’ultimo italiano potrebbe nascere intorno al 2225. Si tratta naturalmente di una proiezione teorica secondo la quale in uno scenario così prolungato di sotto-sostituzione, la popolazione italiana si ridurrebbe progressivamente fino ad azzerarsi nel giro di due secoli.

Ma partiamo dai dati attuali. Secondo l’ISTAT, nel 2024 in Italia sono nati 370mila bambini, circa 10mila in meno rispetto all’anno precedente (-2,6%). Il tasso di natalità si è attestato al 6,3 per mille, con una fecondità stimata in 1,18 figli per donna, inferiore al precedente minimo storico di 1,19 registrato nel 1995. Eppure, nel 1995 – con una fecondità solo di poco superiore – nacquero 526mila bambini, ben 156mila in più rispetto al 2024. Spiegare il crollo delle nascite solo come una questione di scelte individuali o culturali è una semplificazione. La denatalità in Italia è il risultato combinato di fattori strutturali, economici, sociali e demografici.

Primo fra tutti, la riduzione del numero di donne in età fertile. La generazione del baby boom ha concluso il proprio ciclo riproduttivo, mentre le coorti più giovani, molto meno numerose, non riescono a compensare. Tra il 1995 e il 2024, la popolazione femminile tra i 15 e i 49 anni si è ridotta di circa 3 milioni di unità, spiegando da sola quasi i tre quarti della diminuzione delle nascite nello stesso periodo.

Secondo, la crisi economica. L’instabilità del mercato del lavoro, la precarietà dei redditi, la difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare, la carenza di servizi per l’infanzia e l’alto costo della vita sono fattori che disincentivano concretamente la scelta di avere figli. Oggi, per la maggior parte delle persone, diventare genitori è una scelta consapevole, quindi tutt’altro che scontata, che necessita di condizioni favorevoli per potersi realizzare. Più che in passato, è necessario che questa scelta sia sostenuta da un riconoscimento esplicito di valore all’interno della comunità. Non si tratta di convincere ad avere figli, ma di costruire un ecosistema favorevole alla libera scelta di farlo.

Terzo, l’aumento dell’età al primo figlio. In Italia le donne partoriscono in media a 32,4 anni, e quasi il 10% delle nascite avviene oltre i 40. Questo ritardo, spesso legato alla ricerca di una stabilità economica e professionale, ha conseguenze anche sul piano biologico: aumenta il rischio di infertilità e, di conseguenza, il ricorso – non sempre efficace – alla procreazione medicalmente assistita.

Infine, l’assenza di politiche pubbliche strutturate. Troppo spesso la natalità è stata affrontata in modo episodico o ideologico. Eppure, come dimostrano esperienze in Francia e Svezia, dove l’indice di fecondità è significativamente più alto, politiche familiari solide, servizi accessibili e un’elevata occupazione femminile possono fare la differenza. La Germania è un caso particolarmente interessante: ha recentemente invertito la tendenza, combinando politiche familiari mirate con una gestione efficace dei flussi migratori in età lavorativa e riproduttiva.

La carenza di politiche e di attenzione pubblica rafforza l’idea che la nascita di un figlio non rappresenti un valore sociale, ma solo un costo e una complicazione a carico dei genitori. È ciò che sta avvenendo in Italia. Per questo, il messaggio da lanciare con forza è che un Paese senza bambini è un Paese senza futuro.

Il nostro Presidente AGOSTINIANI, che ringraziamo per la disponibilità e simpatia, ha perfettamente ragione quando così conclude: “La nascita di un figlio deve definitivamente rappresentare un valore   sociale, e non un costo e una complicazione a carico dei genitori”

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